Lisa Gillis

Reads That Rock

Jack Storm Oltre la Tempesta

 
Aspettando il 5 Dicembre...
Leggi ora in anteprima i primi DUE CAPITOLI del seguito di Jack Chi?!

CAPITOLO 1

     Mandami un messaggio appena arrivi! E chiamami subito!” Gli occhi di Olivia luccicarono e Marissa sentì le lacrime pungere i suoi mentre si abbracciavano sulla piccola veranda di casa sua.

     I nuovi bagagli con cui Jack aveva sorpreso Marissa e Tristan erano stracolmi e ben allineati lungo il corridoio, fin davanti alla porta d’ingresso. Dato che Jack non era riuscito a trovare un set di valigie in uno dei temi preferiti da Tristan, quest’ultimo sfoggiava pezzi di temi diversi; un borsone con le ruote delle Hot Wheels, uno zainetto di bandit e uno zaino con le ruote di Scooby Doo.

     Jack comparì in un frenetico andirivieni – modalità in cui era stato tutta mattina – e afferrò le tre borse di Tristan, prima di girare intorno a Olivia e Marissa con un sorriso. Nelle ultime ore non aveva fatto che sorridere e Marissa sapeva che era impaziente di essere a Los Angeles, e sembrava altrettanto impaziente di avere loro due con sé.

     Loro due. Loro. Noi. Parole che ancora non le suonavano familiari quando si parlava di loro tre come un piccolo nucleo familiare – anche se lei l’aveva sognato per così tanto tempo. Jack si piegò, spostando leggermente i suoi bagagli nel baule per far spazio ai loro, e quando lei staccò gli occhi dalle tasche dei suoi jeans, vide che un ampio sorriso si era fatto strada sul volto triste di Olivia.

     “Sono così felice per te, Rissa! Accidenti, che cosa farò senza di voi? Senza il mio piccolino?” Olivia aveva trascorso un intero quarto d’ora a salutare Tristan e a mostrargli come utilizzare la nuova App di disegno che gli aveva comprato e aggiunto sul suo tablet.

     “Mi prenderò cura di loro,” promise Jack, che nel frattempo era rientrato e aveva sentito quelle parole tristi. Si fermò persino per dare a Liv un veloce abbraccio. Olivia arrossì e dovette distogliere lo sguardo da lui mentre questi si piegava per prendere altri bagagli.

     Questa volta fu Marissa a sorridere con aria d’intesa. Liv poteva anche essere sposata, ma d’altronde chi era immune al fascino di Jack?

     “E tu abbi cura del mio cane,” disse Marissa ad Olivia. Bally li avrebbe raggiunti in California entro un paio di settimane, ma nel frattempo sarebbe rimasta con Liv. Tristan aveva trascorso un giorno intero insieme ad Olivia per scegliere dei giochi nuovi per Bally e aggiungerli alle altre cose del labrador in quella che sarebbe stata temporaneamente la sua casa.

     Guardare la faccia di Tristan all’aeroporto era esilarante come l’imminente viaggio. Marissa aveva volato soltanto un’altra volta prima di allora, ma questa esperienza si rivelò completamente diversa fin dall’inizio. Jack lasciò la strada principale che conduceva al terminal e, quasi subito, dei piccoli jet comparvero sull’asfalto e all’interno degli hangar aperti.

     “Riesci a leggere i numeri degli hangar?” chiese lui, mentre guardava oltre il parabrezza. “Dobbiamo trovare il quarantacinque, ma non vedo i numeri…”

     “Eccolo!” Marissa indicò una targa metallica che brillava sotto la luce del sole.

     “Hai il passaporto?” le domandò Jack, mentre si avvicinavano al numero designato.

     “Mi serve?” Le norme sulla sicurezza aeroportuale cambiavano di continuo, e Marissa fu colta dal panico nel pensare che forse c’erano stati dei cambiamenti per i voli interni.

     “Ti servirà,” rispose lui, sottolineando il ‘servirà.’ “Abbiamo dieci date europee nel prossimo tour.”

     Parcheggiando la macchina di fronte all’hangar quarantacinque, Jack aprì il portabagagli e uscì. Poi si caricò Tristan sulle spalle, prima di prendere più bagagli possibile. Marissa fece lo stesso e si diressero verso il piccolo ingresso sul retro dell’hangar.

     Prima che giungessero a destinazione, la porta si aprì di colpo e il padre di Jack avanzò verso di loro con un largo sorriso. Si salutarono velocemente e l’uomo insistette per portare le valigie al posto di Marissa, che rimase con solo la borsa a tracolla. Quando furono entrati, Jack mise Tristan sulla sedia vicino a sua madre e i due uomini uscirono per prendere il resto delle cose dalla macchina.

     “Ciao Marissa,” la salutò la madre di Jack, mentre attirava Tristan a sé in un caldo abbraccio. “E ciao Tristan. Sei pronto a volare su un aereo oggi?”

     Tristan fu subito coccolato dalla nonna, che lo riempì di baci, poi gli fu servita cioccolata calda e ciambelle. Mentre guardava nonna e nipote insieme, Marissa gettò nel cestino le buste di cioccolata e si preparò una tazza d’acqua calda, dove sciolse una busta di caffè istantaneo.

     La stanza era arredata come una confortevole lounge, ma invece di accomodarsi sui morbidi divanetti, Marissa prese a camminare avanti e indietro. Jack e suo padre stavano trasferendo i bagagli all’hangar vero e proprio, facendo avanti e indietro attraverso un'altra porta. Gironzolando intorno alla soglia, Marissa osservò ammirata il bianco jet scintillante e avrebbe voluto mostrarlo a Tristan, ma il bambino era immerso in una conversazione con la nonna.

     I bagagli erano allineati ordinatamente, dal più grande al più piccolo, e lei si chiese se fossero stati organizzati in quel modo per essere caricati a seconda del peso. Il riflesso che si rifrangeva sulla pista oltre l’ampia apertura era luminoso, e due uomini apparvero da quella direzione. Salutarono Jack e suo padre con una stretta di mano, e il più giovane dei due salì sull’aereo.

     “Mariss?” la chiamò Jack mentre camminava tra i bagagli, “Cosa vuoi tenere in cabina con te e di quale borsa ha bisogno Tristan?”

     Avanzando verso di lui, Marissa gli indicò le valigie in questione, e quando Jack cominciò a issare le altre sull’aereo, il ragazzo iniziò a stivarle nella coda dell’aeromobile.

     In quel momento, arrivarono la madre di Jack e Tristan. Interrompendo la conversazione che stava facendo, il padre di Jack s’inginocchiò davanti a Tristan e lo abbracciò. Poi scherzò sulla sua stampella, “Sembra che ormai questa non ti serva più! Sei pronto per buttarla via?”

     Tristan annuì con un timido sorriso.

     S’imbarcarono sull’aereo, Tristan di nuovo in braccio a Jack, e Marissa cercò di non restare a fissare inebetita i posti a sedere in pelle marrone moka, che comprendevano un lungo divano e due poltrone reclinabili. Le pareti rivestite in perline di legno e la soffice moquette facevano risaltare ancora di più la pelle di quella sorta di salotto. Notò immediatamente la sua roba sul divano, insieme a quella di Tristan e Jack, e fu proprio lì che loro tre presero posto.

     La madre di Jack si sedette in una delle grosse poltrone, e il padre si accomodò su quella dall’altra parte. L’aereo cominciò a rullare, preparandosi per il decollo, e Marissa cercò di gestire Tristan che, limitato dalla cintura di sicurezza, cercava di girarsi per guardare fuori dal finestrino dietro di lui.

     “Okay, mi sembra chiaro che abbiamo fatto le cose a rovescio qui,” disse Jack ridendo, e si scambiarono immediatamente i posti. Tristan si spostò nella poltrona dalla parte opposta di sua nonna, così poteva allegramente guardare fuori dal finestrino. Jack prese posto nello spazio in mezzo di fianco a Marissa, e suo padre andò ad occupare il sedile che era stato di Jack.

     Per qualche ragione, Marissa non riusciva a non sbirciare il padre di Jack. C’era qualcosa di familiare in questa famiglia, come se li conoscesse già, come se fosse già stata insieme a loro prima della notte precedente. Ad ogni modo, non diede importanza alla cosa, pensandola in modo un po’ fatalista. Lei era parte di loro, anche se con loro non si sentiva ancora a proprio agio.

     Tristan cominciò a dividere la sua attenzione tra il finestrino e il televisore affisso alla parete. Jack e suo padre parlavano e ridevano dei protagonisti bifolchi di un qualche nuovo reality. La madre di Jack era intenta a scrivere su un quadernino, quando non coinvolgeva Tristan in qualche conversazione.

     L’aereo atterrò all’aeroporto di Denton, nella periferia di Dallas. Procedettero allo sbarco mentre i loro bagagli venivano scaricati. Jack era appena riemerso dal bagno insieme a Tristan, quando una donna che doveva essere sulla cinquantina entrò nella lounge dell’hangar con una bussatina di cortesia.

     “Yoohoo?”

     Ancora una volta, Marissa percepì un ché inafferrabile di familiarità.

     La donna si presentò, tendendo la mano alla madre di Jack in modo formale. “Salve, sono passati anni, sono–”

     “Ma certo!” La madre di Jack salutò calorosamente l’altra donna. Mentre le presentazioni continuavano, Marissa si ritrovò a dover controllare il proprio stupore quando associò il nome della donna a quello di una celebre pop star del passato. La signora Loren proseguì solo per essere subito interrotta, “Questo è mio figlio Jacks–”

     “Oh cielo, eri solo un bambino l’ultima volta che ti ho visto!” La donna parlò enfaticamente e Marissa ebbe il piacere di vedere Jack diventare rosso. “E ora assomigli così tanto a tuo padre ai vecchi tempi! Matt aveva quegli stessi capelli scuri, quasi neri!” La pop star attempata proseguì, ma ora fu la madre di Jack ad arrossire, cosa abbastanza inusuale, e i suoi occhi brillarono d’irritazione. “Matt ha ancora i capelli neri o gli sono diventati grigi come a tutti noi? Non so tu, Jules, e questo tuo bellissimo colore rosso, ma i miei capelli sono grigi sotto a questo biondo!”

     “Ehm…” La madre di Jack sembrava riluttante a parlare di suo marito con la donna e deviò velocemente la conversazione. “Questo è il mio nipotino!” Tristan si stava nascondendo dietro a suo padre, e la nonna o spronò a farsi avanti..

     “Ooh, è la copia sputata di Jack l’ultima volta che l’ho visto. Non era al festival di Glasgow?” La donna stava parlando sopra a Tristan e, con fare protettivo, Marissa si avvicinò.

     “Questa è la fidanzata di Jack, Marissa.” La madre di Jack proseguì senza problemi, come se non fosse stata interrotta.

     “Ciao Marissa. Piacere di conoscerti–” A quel punto, la porta che conduceva all’hangar si spalancò e, come se la situazione non fosse già abbastanza confusa, il padre di Jack sembrò voler sgattaiolare fuori dalla stanza velocemente prima di essere notato. Ma era troppo tardi. “Matt Loren! Quanti anni sono passati! Quando il mio pilota mi ha detto che stavi volteggiando in attesa di una pista libera per atterrare non potevo crederci. Non potevo non fermarmi e salutare!”

     “Ciao, Tracy.” Il padre di Jack strinse una delle mani della donna tra le sue, ma l’ex pop star trasformò quel gesto in un abbraccio. Tirandosi indietro, Matt le chiese, “Cosa ti porta nella zona di Dallas?”

     “Ho appena fatto una pubblicità per dei cosmetici.”

     Le loro voci svanirono, mentre tutti i tasselli tornavano al loro posto, come in un puzzle dal quale Marissa non sapeva mancassero dei pezzi. La donna si congedò e un sollievo collettivo si diffuse nella stanza. Mentre Jack e la sua famiglia cominciavano a salutarsi, Marissa scrutò ancora una volta il padre.

     “Marissa.” L’uomo le circondò calorosamente le spalle con un braccio. “Prenditi cura di questi ragazzi. Che non si caccino troppo nei guai,” disse, facendo l’occhiolino a Tristan.

     “Tu sei Matt Loren!”

     Apparentemente colto di sorpresa da quell’esclamazione, l’uomo si allontanò abbastanza da guardarla in faccia. Poi si voltò verso Jack con un’espressione interrogativa.

     “Tu sei Matt Loren. Non riesco a credere di non essermene resa conto ieri sera! Tu sei Matt Loren!”

     Il padre di Jack cercava di controllare la piega divertita delle sue labbra. La madre di Jack lanciò uno sguardo strano a Jack, un’occhiata confusa a suo marito e uno sguardo di compatimento a Marissa. Il compatimento, Marissa lo comprese quando sentì per un momento la forza venirle meno nelle gambe, e si rese conto che il suo aspetto doveva riflettere lo shock che provava.

     Matt Loren era una leggenda del rock. I suoi pezzi erano rimasti sulla cresta dell’onda per decenni, dopo che ognuna delle sue band aveva smesso di fare tour. Le canzoni facevano parte della normale rotazione di brani sulle stazioni classiche e quelle di musica alternativa degli anni novanta.

     Cercando di riprendersi, Marissa, farfugliò alcune cose sulle due band per cui Matt Loren era più conosciuto, “Sono cresciuta ascoltando i Jewelweed e gli After Hours… Non riesco a crederci…è assurdo…”

     Gli occhi di Marissa cercarono quelli di Jack, ma lui era impegnato in una sorta di battaglia di sguardi con sua madre, la quale dovette aver vinto perché fu lui a distogliere lo sguardo per primo, rivolgendolo verso il pavimento.

     “Bene, ragazzi, vi accompagniamo all’aereo, così potrete essere a Los Angeles prima che faccia buio.” Dopo averle rivolto un caldo sorriso, Matt assunse il controllo della situazione.

     “La tua canzone ‘I could be’ è la mia preferita.” Sembrava che Marissa non riuscisse a smettere di parlare e, mortificata per aver prolungato quel momento imbarazzante, si affrettò verso la porta.

     I genitori di Jack sembravano riluttanti a lasciarli andare; i loro occhi continuavano ad indugiare amorevolmente su Tristan.

     “Questa è una sorpresa per quando arriverai a casa del papà.” Jules mostrò a Tristan una borsa colorata, poi la porse a Marissa, insieme ad un’altra. “E questo è per te e Jack, una sorta di benvenuto.”

     Accettando l’enorme borsa che le veniva offerta con un grazie, Marissa restò ad osservare mentre Matt e Jules Loren abbracciavano affettuosamente il suo bambino, e poi loro figlio. Poi, dopo aver dato un abbraccio veloce a Marissa, li ammonirono di salire a bordo così sarebbero “arrivati a casa prima che facesse buio.”

     Marissa assicurò Tristan alla stessa poltrona che aveva lasciato poco prima e, invece di prendere posto di fianco a Jack, si sedette nella poltrona opposta a quella di Tristan.

     “Vuoi qualcosa da bere?” chiese Jack mentre prendeva qualcosa dal mini bar, catturando lo sguardo di Marissa nella parete a specchio.

     “Io si!” esclamò Tristan, distogliendo gli occhi solo per un istante dalla borsa dentro cui stava rovistando. “Guarda mami!” In preda all’eccitazione quando scoprì l’intero assortimento di giocattoli gonfiabili, anelli d’immersione, e altri giochi d’acqua, Tristan gettò da una parte i costumi da bagno e il telo da mare di Bandit,.

     Con grande sorpresa del bambino, Jack estrasse un tavolino dal bracciolo del suo sedile e vi posò sopra due succhi di frutta. Qualche minuto dopo, sistemò un cocktail nel porta bevande del bracciolo di Marissa, poi tornò al suo posto con il proprio drink.

     “Perché non me l’hai detto?”

     “Detto–” Jack stava per dire ‘detto cosa?’ Quello, Marissa l’aveva capito. Ma quello che Jack vide sul volto di lei, lo convinse a rinunciare a quella tattica e usare invece i suoi stessi trucchi contro di lei. “Pensavo che lo sapessi.”

     “Come facevo a saperlo?” Nella sua agitazione, Marissa si piegò in avanti sul sedile, mentre gli rivolgeva quella domanda ridicola. “Quindi il tuo nome è Storm o Loren?”

     “Storm è un alias. Un nome d’arte.”

     “Quindi il tuo nome è ancora Loren.”

     “Jackson Matt Loren,” ammise lui con riluttanza e trangugiò il contenuto del suo bicchiere.

     Jack Storm. Marissa Storm. Tristan Storm. Si era ripetuta quel nome nella testa per giorni e ora era difficile abituarsi ad un nome completamente diverso. Jack Loren. Marissa Loren. Tristan Loren.

     “Ecco cosa non volevi dirmi l’altra sera.”

     Quando lui rimase in silenzio, come se volesse lasciar cadere la discussione, Marissa finalmente comprese e sollevò lo sguardo dalla manicure che Olivia l’aveva costretta a fare prima che incontrasse i futuri suoceri. Il cuore le martellò nel petto mentre la domanda successiva le usciva con lo stesso tono accusatorio della precedente.

     “Pensavi che ieri sera mi sarei comportata in modo imbarazzante con i tuoi se l’avessi saputo?”

     Quando questa sua speculazione fece affiorare sulle labbra di Jack una sorta di sorriso, quasi uguale a quello di suo padre, Marissa avrebbe voluto lanciarsi dall’altra parte della cabina e farglielo sparire a suon di schiaffi. Perché, ovviamente, si era comportata in maniera imbarazzante giusto mezz’ora prima, quando aveva scoperto la verità. Ora, era fu lei a lasciar cadere il discorso.

     Ignorandolo intenzionalmente, Marissa sbirciò nella borsa che le aveva dato la madre di Jack, trovando un enorme set di lenzuola e trapunte pregiate. Il biglietto che le accompagnava spiegava in tono scherzoso che l’arredamento di Jack era molto maschile e che magari quel regalo sarebbe stato sufficiente, finché non avessero avuto tempo di riarredare la casa secondo i gusti suoi e di ‘Jacks.’.

     Con la coda dell’occhio, notò che Jack stava guardando il set color crema e non poté fare a meno di chiedersi se sua madre fosse stata così sensibile da capire che un cambiamento della biancheria da letto, su cui c’erano state altre donne, sarebbe stato molto apprezzato. Infilando di nuovo tutta la roba nella borsa, Marissa afferrò il suo drink e lo ingollò.

     Quando si voltò nuovamente, Jack stava dormendo e lei si chiese se non stesse fingendo, dato che non sentiva quel russare leggero che di solito accompagnava il suo sonno. Se non si fosse sentita così agitata, avrebbe schiacciato un pisolino.

     La notte precedente aveva visto soltanto poche ore di sonno. Dopo che i loro genitori se n’erano andati, e lei e Jack si erano divertiti nella vasca, erano rimasti svegli ancora per un paio d’ore a coccolarsi.

     Il rombo di una turbolenza nella pancia dell’aereo spazzò via i suoi ricordi erotici e Marissa lasciò vagare il suo sguardo all’interno della cabina.

     Allora era questa la sua nuova vita? Aerei privati? Nomi famosi?

     La nuova sicurezza economica, che le permetteva di non dover assegnare mentalmente ogni centesimo del suo stipendio alle varie bollette e necessità prima ancora che i soldi arrivassero in banca, era in qualche modo controbilanciata da un’insicurezza che non comprendeva. Una sensazione che le era così estranea che, per un paio di volte, sia quel giorno che quello precedente, era stata sull’orlo di un attacco di panico.

     Costringendosi a fare lunghi respiri profondi, Marissa chiuse gli occhi davanti ai sontuosi arredamenti che la circondavano e al suo fidanzato bello come il peccato, mentre lottava per scacciare un altro attacco.

CAPITOLO 2

     Quando l’aereo si abbassò velocemente, Tristan rise di gusto, come se si trovasse a bordo di una giostra a Disneyland. Con un lieve sussulto, le ruote entrarono in contatto rumorosamente con l’asfalto, rombando poi a velocità decrescente, prima di svoltare fuori dalla pista principale e dirigersi verso l’hangar designato.

     Attraverso l’altoparlante, il pilota annunciò il loro arrivo e il segnale delle cinture di sicurezza in cabina si spense.

     Dato che Tristan era al sicuro tra le braccia di Jack, Marissa afferrò gli effetti personali che aveva portato a bordo. Jack prese il proprio bagaglio. Mentre si spostava pazientemente da un lato per permetterle di passare e raggiungere la porta, lei gli indicò le borse che sua madre aveva dato loro. “Vuoi che–?”

     Scuotendo la testa in segno di diniego, Jack spiegò, “Qualunque cosa lasciamo qui verrà portata in macchina.”

     La macchina in questione era un SUV nero di lusso, che li aspettava con il portellone posteriore aperto, e su cui stavano caricando i loro bagagli. Proprio come aveva detto Jack, dopo che ebbe fatto un cenno di saluto all’autista, quest’ultimo s’affrettò verso la scaletta dell’aereo e ritornò portando con sé le varie borse. Tra le mani del ragazzo c’era anche la felpa con cappuccio che Tristan aveva insistito per indossare, solo per togliersela e buttarla da una parte a metà del viaggio.

     Quando il ragazzo la gettò sul sedile posteriore, facendola cadere ‘accidentalmente’ sulla testa di Tristan, il bambino trovò la cosa molto divertente.

     Poi seguirono le presentazioni. Marissa strinse la mano all’uomo che le fu presentato come l’assistente di Jack, Dax. Visto da vicino, non doveva avere più di venticinque anni. Dax caricò le borse con i regali e chiuse il portellone, prima di mettersi al posto di guida.

     Jack armeggiò con lo sportello dalla parte del passeggero prima di accorgersi del proprio errore con aria imbarazzata. Tenne lo sportello posteriore aperto per Marissa, poi scivolò a sedere accanto a lei.

     “Dove andiamo?” chiese Dax, mentre guidava fuori dal grande aeroporto.

     “Chris.” Jack gli fornì solo un nome come destinazione, mentre si abbassava di lato per ascoltare Tristan.

     “È questa la Calli Fornya?” La domanda del bambino era dolce e timida. Anche se si era rivolto a Jack, gli occhi di Tristan cercarono il volto di Marissa per avere conferma all’affermazione di Jack.

     La risposta rese Tristan allegro e lei si voltò verso Jack per condividere con lui quel momento. Ma lui, dopo aver rivolto un veloce sorriso a Tristan, si voltò verso il finestrino a guardare la città immersa nei colori del tramonto.

     Dax sorrideva amichevolmente dallo specchietto retrovisore, mentre s’informava su come fosse andato il volo. Poi, la conversazione tra Jack e Dax cominciò a ruotare intorno a nomi e posti che lei non conosceva.

     Un quarto d’ora dopo, la macchina rallentò di fronte ad un grande cancello di ferro. Dax premette qualcosa sul telefono e il cancello si aprì. Quando la macchina si fermò, Jack aprì la portiera e uscì.

     Con una carezza ai capelli di Tristan e un’occhiata a lei, annunciò, “Torno subito,” e si diresse verso un’entrata laterale della casa.

     Infastidita perché Jack se n’era andato senza la benché minima spiegazione, Marissa rimase a osservare Dax mentre trasferiva le loro cose su un’elegante macchina sportiva parcheggiata dal lato guida.

     “Questa è la casa di Jack?” chiese Tristan mentre le si arrampicava in braccio per osservare il grande edificio in mattoni. Quando lei non rispose immediatamente, lui insistette, “È questa, mamma?” Probabilmente il bambino interpretò il nervosismo della madre come rabbia nei suoi confronti per averla chiamata col nome abbreviato, perché s’affrettò a correggersi, “Mammina.”

     “Non lo so, tesoro.” Le dita di Marissa s’infilarono tra i suoi capelli, sistemando le ciocche che Jack aveva arruffato.

     In preda all’agitazione, Marissa scese dalla macchina per familiarizzare meglio con l’ambiente circostante.

     Dax era abbastanza vicino da aver sentito la domanda di Tristan e, mentre scaricava gli ultimi bagagli dal SUV, parlò attraverso l’apertura del baule. “Questa è la casa di Chris Platt.” Quando lei lo guardò perplessa, lui rallentò il passo verso la macchina. “Il chitarrista dei Jackal.”

     Sentendosi un’idiota perché non conosceva i membri della band, Marissa scosse la testa come per schiarirsi le idee. “Naturalmente.” Aggiungendo una risatina falsa, mentì, “Dev’essere il fuso orario.”

     Dax richiuse il baule della macchina elegante e solo allora lei notò la targa personalizzata sopra il paraurti.

     J-A-C-K-A-L

     La conferma che la macchina apparteneva a Jack arrivò un istante più tardi. Jack riemerse dalla casa in compagnia del chitarrista che era, se possibile, sexy quasi quanto lui.

     Fermandosi di colpo, Chris sembrò abbagliato dall’aspetto di lei, facendola avvampare per quella lusinga. Il saluto dell’uomo fu una specie di enigma. “Ora capisco perché non voleva che venissi a conoscerti!”

     Marissa rivolse una breve occhiata interrogativa a Jack, ma lui era piegato all’interno della macchina e lei s’affrettò a distogliere quelli che sapeva essere occhi famelici dal suo posteriore.

     Dopo averlo visto caricare e scaricare roba per tutto il giorno, la sua libido cominciava a risentirne. Era pronta a sbatterlo contro al muro. Eppure, a causa della vibrazione strana che percepiva nell’aria, era anche arrabbiata con lui.

     Chris ricominciò ad avanzare, poi le appoggiò delicatamente le mani sulle spalle. “Benvenuta a Los Angeles! Siamo tutti felici di averti qui!” Piegandosi in avanti, la baciò sulle guance prima che lei potesse prender fiato o chiedersi perché Jack avesse scoraggiato le presentazioni con il suo collega e amico. “Dovessero mai servirti consigli su come gestire questo stronzo fuori di testa,” Chris indicò Jack con un gesto plateale, “io sono l’uomo che fa per te.”

     “Dannazione Platt,” bofonchiò Jack mentre si raddrizzava. “Tornatene nella tua gabbia, amico…”

     “Oh ti piacerebbe, eh?” Chris stava battendo il pugno con Dax. “D’accordo, amico. Portala a casa. Nascondila al mondo.”

     Jack le lanciò un’occhiata indecifrabile, mentre percorreva i pochi passi verso il SUV e Tristan. “Pronto, piccolo?”

     “Oh cazzo! Questo è forse–!” Chris parve di nuovo scioccato, questa volta da Tristan.

     “Occhio alle parole…” Jack avvertì l’amico.

     “Voglio dire, oh cielo. Ragazzino! Sei tale e quale a–” Apparentemente imbarazzato, Chris s’interruppe e spostò nervosamente lo sguardo da Jack a Marissa.

     “Al suo papà?” intervenne lei che, per qualche ragione, si sentiva a proprio agio con Chris.

     “Si.” Chris batté il pugno anche con Tristan, e la sua attenzione era ancora sul viso del bambino quando si voltò di lato e disse, “Non ero sicuro che lui—bè, che sapesse.”

     Jack scosse la testa e scambiò un’occhiata con Dax, come a voler dire silenziosamente, ‘Vedi perché non lo volevo qui?’ Ad alta voce chiese invece a Dax, “Allora, torni a casa con noi o cosa fai?”

     “Se non hai bisogno di me, ho delle cose da fare.”

     “Certo. Ehi, grazie per il passaggio.” Jack prese fuori Tristan dal SUV, portando lui e la sua stampella in braccio fno alla macchina, anche se si trattava solo di pochi passi, e Marissa ammirò la sua sensibilità nei confronti del figlio. In quel periodo, Tristan usava a malapena una stampella, ma si sentiva comunque in imbarazzo a camminare davanti a persone nuove.

     Dato che era ovvio che avrebbero preso la ‘Jackalmobile’, Marissa raggiunse il lato del passeggero, ma trovò la portiera chiusa a chiave. Invece di aprirla dal posto di guida, Jack si precipitò da lei e, da vero galantuomo, le aprì la portiera.

     Dopo essersi scambiati qualche battuta di congedo, Chris sparì in casa. Jack impartì un comando con voce ferma e il motore della macchina si mise in moto. Quasi percependo lo stupore di Tristan, Marissa si voltò verso di lui e, neanche a dirlo, lo trovò con gli occhi spalancati.

     “Papi ha usato una chiave?” I suoi occhi colmi di stupore si restrinsero con fare sospetto mentre tentava di risolvere quel mistero.

     Jack sorrise, ma ancora una volta non condivise quel sorriso con lei. Mentre seguiva il SUV fuori dalla rotonda, parlò di nuovo con la sua auto, finché la musica non cominciò a pompare dalle casse.

     Le tortuose stradine residenziali sfociarono su un ampio viale. Jack s’immise sull’interstatale, mentre i lampioni cominciavano ad accendersi e i fanali delle macchine erano incolonnati a pochi centimetri di distanza gli uni dagli altri. Tristan si addormentò.

     Pian piano le ombre cominciavano a confondersi col grigio del crepuscolo che volgeva verso la notte. Marissa poteva tollerare il silenzio tra di loro. Anche se era una cosa insolita, erano comunque entrambi stanchi.

     Quello che non le piaceva era il sentirsi invisibile. Lui non dava segno di notare la sua presenza in alcun modo e lei si sentiva troppo insicura in merito a quel viaggio e a quel loro nuovo rapporto per lasciar correre la cosa senza un confronto.

     “C’è qualcosa che non va?” Spostandosi leggermente sul sedile, Marissa osservò il profilo di lui.

     “Che non va?” Lui incontrò brevemente il suo sguardo, ma non le appoggiò una mano sulla gamba e non fece nessuno dei suoi gesti tipici.

     “Cosa c’è che non va?” Quella domanda tranquilla era piena di determinazione e Marissa spostava lo sguardo da quella strana città caotica che sfrecciava fuori dal finestrino alle emozioni che affollavano il volto di Jack.

     “Nulla.” Lui continuava a negare tranquillamente.

     “È da quando siamo atterrati che sei strano.”

     “Non c’è niente,” insistette lui. Proprio quando lei si era quasi convinta di essere paranoica, lui sbottò. “È solo che—sei andata fuori di testa per mio padre!”

     Rimasta senza parole per la sorpresa, finalmente Marissa ritrovò la voce. “Era un po’ difficile non farlo! Quando la verità mi è stata messa davanti agli occhi in quel modo! Come una bomba!”

     “Lo so.” Il suo tono sembrava colpevole e pieno di rimorso. “Ma diamine, Mariss, credevo gli chiedessi l’autografo o qualcosa del genere!”

     “Mi ha colto alla sprovvista! Cavolo, Jack!”

     Forse lui era imbarazzato dal suo comportamento? Questo pensiero feriva i suoi sentimenti. Intensamente. Fino a quel momento, non aveva visto altro che un Jack che si faceva in quattro per essere attento ai suoi sentimenti e a quelli di Tristan.

     Fremendo di rabbia in silenzio, Marissa cercò di ricacciare indietro le lacrime. Qual era il suo problema col pianto ultimamente? Perché era sempre sull’orlo delle lacrime? Lei era più forte di così. Con rinnovata ostinazione, si ricompose e, tanto per non farsi mancare niente, lasciò che un’espressione imbronciata le corrugasse le sopracciglia.

     Questa volta, invece che dare comandi vocali allo stereo, Jack allungò un dito ad abbassare il volume.

     “Immagino che la cosa mi disturbi perché ti piace tanto la sua musica e non la mia.” La sua voce roca era tranquilla, quasi lamentosa.

     Gli occhi di Marissa si asciugarono all’istante e, allibita, si voltò di scatto verso di lui. Come accadeva ormai spesso, ed era una cosa a cui si stava abituando, trovò una delle espressioni lunatiche di Tristan che oscurava i lineamenti sul volto di suo padre. Probabilmente non era giusto per Jack che, grazie ai molti anni di esperienza con i cambi d’umore di Tristan, in occasioni come questa, lei riuscisse a leggere dentro di lui come un libro aperto.

     “A me piace la tua musica,” protestò lei. Anche se sembrava stupido rassicurare un adulto su cose così banali, lo capiva. Molte volte non si era sentita un’adulta lei stessa, specialmente quando erano coinvolte le persone che amava. Quanto era stata infantile nella sua impresa ‘alla conquista di Jack.’ Per dare maggior enfasi, ripeté con tono deciso, “Mi piace la tua musica.”

     “No. Per niente.”

     “Questo non è vero! Smettila di dire così! Ho tutto della tua musica!”

     “Non ascoltata,” mormorò lui.

     “Cosa?”

     “Guarda la tua playlist. La mia roba ha la metà degli ascolti delle canzoni—degli altri…”

     Disorientata, Marissa riuscì solo a guardarlo, certa che fosse stato lì lì per dire, ‘metà degli ascolti delle canzoni di mio padre,’ e poi all’ultimo secondo avesse terminato la frase in maniera diversa.

     “Jack…” La sua voce si affievolì nell’esitazione, momentaneamente sopraffatta dall’intera conversazione e dal fatto che lui non la guardasse negli occhi. In quel momento, la sua espressione era uno specchio di quella di Tristan il giorno in cui aveva capito che lei aveva buttato via alcuni dei suoi tanti scarabocchi artistici attaccati al frigo con le calamite. “Jack, non è vero…”

     “Senti, non importa. Vuoi fermarti a mangiare qualcosa o preferisci andare a casa e portare a letto Tristan?” Gli occhi di lui rimasero incollati alle luci della città al di fuori della loro bolla.

     Il modo in cui lui aveva detto casa accese una piccola scintilla nel cuore di Marissa, eppure si sentiva come se un pezzetto le fosse stato spezzato perché, senza volere, aveva ferito i suoi sentimenti. Quello che aveva detto lui era vero. Non le piaceva il suo genere musicale e l’unica ragione per cui ascoltava il suo gruppo era per sentire la sua voce.

     L’idea di lui che scorreva la sua playlist, cercando le proprie canzoni, sperando nella sua approvazione, la fece sentire amata. La consapevolezza che ciò che aveva trovato l’aveva ferito le spezzò il cuore.

     “Importa, invece.” Ignorando la sua domanda sul cibo, gli spiegò, “Per settimane, dopo il nostro incontro, ho scaricato ed ascoltato qualunque album in commercio dei Jackal. Quando ho scoperto di essere incinta, ero come ossessionata dalle tue canzoni, le ascoltavo ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Poi, non sono più riuscita a farlo. Faceva troppo male. Non alle mie orecchie; al mio cuore. Eppure, a volte, le ascoltavo lo stesso…” L’abisso di solitudine nei suoi ricordi si fece improvvisamente forte. “Forse in questi ultimi due anni non le ho ascoltate in macchina mentre andavo al lavoro, ma ho passato notti ad ascoltare quegli album, solo perché così potevo sentire la tua voce.”

     Quelle parole attirarono l’attenzione di lui, e lo sguardo supplicante di lei affondò nel suo, sincero e cupo. Facendo scorrere un dito sul caldo denim che era come una seconda pelle su di lui, Marissa lo stuzzicò, “Andiamo a casa così posso andare fuori di testa per te…”

Aspettando il 6 Dicembre...
Leggi ora in anteprima i primi DUE CAPITOLI del seguito di Jack Chi?!

 

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